Ferragosto

IMG_20110812_113716 Ieri sera siamo tornati a casa: la nostra settimana (8 giorni) piemontese purtroppo è volata via. Come sempre, è stata una vacanza piacevole, tranquilla e serena. Abbiamo incontrato i vari parenti, mangiato in abbondanza e anche stavolta fatto foto (più degli anni passsati, in verità).
La novità di quest’anno è stata la presenza contemporanea di mio fratello e famiglia, per un totale di 4 adulti e 3 bambini (quindi più caciara del solito, cosa che ha fatto piacere alla Nonna). Un altro strappo alla regola è stata una giornata passata a Genova, per visitare l’acquario (che io e Francesca avevamo già visto in luna di miele) e far giocare i pupi alla città dei bambini.
Ora ci godiamo una pausa in città, poi a fine settimana si parte per la Puglia!
Il servizio fotografico completo, come sempre, è su flickr.

addio Gianburrasca

IMG_20110718_160319 Ieri Gabriele ha svolto il suo ultimo giorno di asilo, al nido Gianburrasca di Via Tommaso Prelà (Roma, per chi non sapesse dove vivo). Sono stati tre anni fruttuosi, in cui sicuramente il nido ha contribuito molto alla crescita del mio piccolo bimbo. Sappiamo tutti che purtroppo le amministrazioni locali ultimamente non versano in buone condizioni economiche, ma devo dire che la mia esperienza con questa struttura pubblica è stata sicuramente positiva: probabilmente l’entusiasmo e la professionalità delle educatrici riesce (ancora) a supplire le carenze finanziarie. L’unico difetto è stato purtroppo l’orario ridotto, dalle 8 alle 16.30, veramente poco amichevole per genitori lavoratori.
Ricordo i primi mesi, nell’autunno del 2008, in cui ci sobbarcavamo quei due quarti d’ora di passeggino, tra andata e ritorno. Poi, a primavera 2009, l’idea della bicicletta, che non abbiamo più abbandonato, tranne nei giorni di tempo più inclemente. Da settembre purtroppo la bici va in archivio, perché Gabriele andrà a scuola insieme al fratello, accompagnati dalla mamma. Oh, io ho già dato 🙂

1984

Ho finito ieri di leggere 1984. Non ne scriverò una recensione, perché ne sono state scritte molte e la mia non sarebbe sicuramente all’altezza. D’altronde mi vergogno anche un po’ ad averlo letto così tardi e ovviamente lo consiglio a chiunque non l’abbia ancora letto (inseme a Il mondo nuovo di Huxley, tanto per fare un confronto tra distopie).
Quello che però mi ha colpito di questa edizione, che ho letto in traduzione del 1950, è di come la nostra lingua sia cambiata nel giro di soli 60 anni, considerazione ancora più interessante in virtù del fatto che il romanzo stesso tratta argomenti linguistici, seppure di fantasia. I cambiamenti sono tanti: alcuni semplicemente ortografici, altri di modi di dire ormai caduti in disuso, molti di parole abbandonate. Quando ho capito che sarebbero stati troppi per ricordarli, ho deciso di appuntarli e riportarli.
Iniziamo dai cambiamenti ortografici: da per tutto, a mala pena, press’a poco, gran che, cartavetrata, allato.
Poi i modi di dire non più usati: compreso d’entusiasmo, a un dipresso, dare la stura, senza mende, vòlte in ridicolo, è stata una provvidenza, borsari neri.
E infine le parole: barbugliare, scansia, serqua, rimestio, trasalimento, sbertucciati, fatte (guano), zinale, cuccuma, cantonata (zona), cascame, proclive, frigidaire, seco, industre, impostura, puerizia, mondato, brago, croco, impiantito, proietto, affettare (fingere), melanconia, ramaiolo, servaggio, batista, sinecura, tratturo.
Infine c’è il curioso caso di una parola che si usa ancora, ma che mai si potrebbe trovare in un attuale contesto letterario “normale”: cesso.